Esselunga sconfitta in Cassazione. La democrazia sindacale non si concede: si conquista.
Dopo nove anni di battaglia legale, la Corte Suprema di Cassazione ha messo nero su bianco quello che noi denunciamo da sempre: il comportamento di Esselunga nei confronti di USB è stato antisindacale. La sentenza n. 12815/2026, depositata il 5 maggio, chiude definitivamente la partita e rigetta il ricorso del colosso della grande distribuzione, confermando le decisioni del Tribunale e della Corte d’Appello di Firenze.
Ricordiamo i fatti, perché descrivono in maniera molto chiara e inequivocabile come padroni e sindacati cosiddetti concertativi provano a tenere fuori il conflitto dai luoghi di lavoro. Nel 2017 la FILCAMS-CGIL indice le elezioni RSU. USB raccoglie le firme, costruisce la lista, presenta i candidati. A quel punto la CGIL, accortasi evidentemente che il consenso non era più scontato, revoca unilateralmente le elezioni. Ed Esselunga, ligia al copione, ne approfitta: dichiara “decaduta” la RSU, nega a USB l’elenco degli aventi diritto al voto, nega i locali per il seggio. Le lavoratrici e i lavoratori che volevano votare USB, o che comunque volevano votare per rinnovare la RSU, semplicemente, non hanno potuto votare. Questa è la “democrazia sindacale” che padronato e sindacati concertativi hanno in mente.
La Cassazione ha smontato l’intero impianto con un principio di diritto cristallino: chi indice le elezioni RSU non ha alcun potere di revocarle o sospenderle. Una volta avviata la procedura, il controllo passa al Comitato elettorale, organo terzo aperto a tutte le organizzazioni che presentano liste. E il datore di lavoro ha l’obbligo – non la facoltà, l’obbligo – di collaborare: elenchi, locali, strumenti. Esselunga non l’ha fatto, e per questo è stata condannata.
Diciamolo con chiarezza: la democrazia sindacale non sono i comunicati congiunti, le foto di rito e le strette di mano di rito. La democrazia sindacale è una cosa molto più concreta, molto più seria, molto più scomoda: è il diritto di lavoratrici e lavoratori e di essere rappresentati da chi vogliono loro, non da chi viene tollerato o scelto dal padrone di turno. È il diritto di scegliere il sindacato che sciopera quando c’è da scioperare, che dice no quando c’è da dire no, che non firma accordi al ribasso per quieto vivere. Tutto il resto sono parole vuote, usate per coprire la pratica opposta: quella di blindare la rappresentanza, spartirsela tra pochi, e tenere fuori chiunque provi davvero a organizzare il conflitto.
Esselunga in questi nove anni ha speso soldi e avvocati per impedire un voto. Lo ha fatto perché sa benissimo che un sindacato di lotta nei suoi punti vendita significa orari rispettati, carichi di lavoro contestati, ritmi messi in discussione, diritti rivendicati. Significa lavoratrici e lavoratori che alzano la testa. Per questo ha provato a sbarrare la porta. Per questo ha perso.
Questa sentenza è una vittoria di USB Firenze e delle lavoratrici e dei lavoratori di Esselunga che non si sono arresi. Ma è una vittoria che riguarda ogni sindacato conflittuale, ogni delegato di base, ogni luogo di lavoro in cui qualcuno si organizza fuori dai recinti dei firmatari. La rappresentanza non si concede dall’alto: si pratica dal basso, si conquista nei posti di lavoro, e adesso, nero su bianco, si difende anche in Cassazione.
Avanti, sempre. Nessun padrone, nessun accordo separato, nessuna scorciatoia concertativa potrà fermare l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori.