Le morti sul lavoro non sono fatalità. Oggi l’area di via Mariti è davvero sicura?

Firenze -

A un anno dalla strage del 16 febbraio 2024 nel cantiere di via Mariti, dove hanno perso la vita cinque lavoratori, come USB Firenze torniamo a chiedere verità, sicurezza e responsabilità.

In occasione del presidio del 16 febbraio, abbiamo condiviso una riflessione sui rischi ancora esistenti nell’area e sulla necessità di una piena assunzione di responsabilità politica e istituzionale. La chiusura delle indagini restituisce — secondo quanto contestato dagli inquirenti — un quadro segnato da gravi criticità nella progettazione, nell’organizzazione del lavoro e nei sistemi di prevenzione. Sarà il procedimento giudiziario ad accertare le responsabilità penali individuali, ma ciò che emerge già oggi è il nodo strutturale della prevenzione.
Le morti sul lavoro non sono fatalità.
Sono il prodotto di un sistema in cui troppo spesso la sicurezza viene subordinata ai tempi, ai costi e alla frammentazione degli appalti. Quando la prevenzione diventa una variabile comprimibile e non un principio inderogabile, tragedie come quella di via Mariti non sono più eventi imprevedibili, ma conseguenze di scelte precise. Nonostante la giurisprudenza della Corte di Cassazione affermi da anni che la sicurezza sul lavoro è un obbligo primario e non subordinabile al profitto, continuiamo ad assistere a tragedie che dimostrano quanto questo principio resti disatteso nella realtà. È un principio che non riguarda solo le aule giudiziarie: riguarda le scelte politiche e amministrative che determinano le condizioni concrete di sicurezza nei luoghi di lavoro.
Troppo spesso, inoltre, le morti sul lavoro non trovano piena giustizia o arrivano a esiti tardivi e parziali. La vicenda di Luana D’Orazio, la giovane lavoratrice toscana morta nel 2021, è ancora oggi un simbolo di quanto sia difficile per le famiglie ottenere verità e responsabilità. Anche la recente tragedia nel deposito carburanti di Calenzano, alle porte di Firenze, con cinque lavoratori morti e accertamenti ancora in corso, riporta con forza al centro il tema della prevenzione e dell’efficacia dei controlli nei contesti produttivi ad alto rischio.
Perciò la questione non può essere delegata esclusivamente all’esito dei procedimenti penali: riguarda il modello di prevenzione, l’efficacia dei controlli pubblici e le scelte politiche che determinano le condizioni reali di sicurezza.
Durante il presidio abbiamo posto una domanda semplice e necessaria:
oggi quell’area è davvero sicura?
Sono state effettuate tutte le verifiche per escludere ulteriori cedimenti strutturali e rischi per il territorio?
Saranno resi pubblici gli esiti completi delle verifiche effettuate dopo il crollo?
A oggi tali informazioni non risultano accessibili in modo trasparente alla cittadinanza. Per questo chiediamo chiarezza, garanzie sull’assenza di rischi residui per lavoratori e cittadini e un rafforzamento reale dei controlli e dei sistemi di prevenzione nei cantieri e lungo tutta la filiera degli appalti.
USB collabora da anni con Rete ISIDE, impegnata nella difesa dei diritti, nel contrasto alla precarietà e nella costruzione di una cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro. In questo percorso è stata avanzata anche la proposta del riconoscimento del reato di omicidio sul lavoro, ancora inesistente nel nostro ordinamento, come segnale della necessità di rafforzare strumenti normativi e culturali contro una strage che continua a colpire lavoratrici e lavoratori.
Condividiamo e rilanciamo quanto da anni chiedono i residenti della zona: quell’area deve essere ripensata come spazio pubblico e collettivo, sottratto a ulteriori processi di cementificazione e speculazione e destinato a funzioni sociali, ambientali e di memoria.
La sicurezza non può essere subordinata ai tempi e ai costi della produzione.
La prevenzione non è negoziabile.
Le morti sul lavoro nascono dalla mancanza di prevenzione.
La prevenzione è una scelta politica.
E sulle scelte politiche chiediamo responsabilità!